na
volta a santa Maria degli Angeli, frate Ginepro sì
come infocato di carità divina, visitando un frate
infermo, con molta compassione domandollo: «Possoti
io fare servigio alcuno che ti piaccia?». Risponde lo
infermo: «Molto mi sarebbe grande consolazione se tu
mi potessi fare che io avessi uno peduccio di porco».
Disse subito frate Ginepro: «Lascia fare a me, ch'io
l'avrò incontanente». E va e piglia un coltello,
che stava in cucina; e in fervore di spirito va per la selva,
dov'erano certi porci a pascere, e gittossi addosso a uno
e tagliògli il piede e fuggì, lasciando il porco
col pie' troncato; e ritorna e lava e racconcia e cuoce questo
piede; e con molta diligenza apparecchiato bene, porta allo
infermo il detto piede con molta carità. E questo infermo
il mangia con grande avidità, non senza consolazione
molta e letizia di frate Ginepro, il quale con grande gaudio,
per fare festa a questo infermo, ripeteva gli assalimenti
di questo porco.
In questo mezzo colui che guardava i porci e che vide frate
Ginepro tagliare il piede, con grande amaritudine riferì
tutta la storia al suo signore per ordine. E informato del
fatto, viene costui al luogo de' frati molto turbato, chiamandoli
ipocriti, ladroncelli e falsari, malandrini e male persone,
però ch'aveano tagliato il piede al porco suo. A tanto
rumore, quanto costui facea, ce trasse santo Francesco con
tutti i frati, e con grande umiltà scusando i suoi
frati, e come ignoranti del fatto, per placare costui, promettevano
di ristorarlo d'ogni suo danno. Ma per tutto questo non fu
costui appagato, ma con molta iracondia, villania e minacce
si parte dai frati, replicando più e più volte
come maliziosamente aveano tagliato il piede al porco suo;
e nessuna escusazione né promissione accettando, partesi
così scandolezzato.
Santo Francesco pieno di prudenza, tutti gli altri frati stupefatti,
cogitò e disse nel cuore suo: «Avrebbe fatto
questo frate Ginepro con indiscreto zelo?». E fece segretamente
chiamare a sé frate Ginepro e domandollo: «Avresti
tu tagliato il piede a uno porco nella selva?». A cui
frate Ginepro, non come persona ch'avesse commesso difetto,
ma parendogli aver fatta una grande carità, tutto lieto
rispose e disse: «Padre mio dolce, egli è vero
ch'io ho troncato al detto porco un piede, e la cagione, padre
mio, se tu vuoi, odi con pazienza. Io andai a visitare il
tale frate infermo»; e per ordine gli narra tutto il
fatto, e poi aggiunge: «Io sì ti dico che, considerando
la consolazione che questo nostro frate ebbe, e il conforto
preso dal detto piede, s'io avessi a cento porci troncati
i piedi come ad uno, credo certamente che Iddio l'avrebbe
avuto per bene». A cui santo Francesco con uno zelo
di giustizia e con grande amaritudine disse: «O frate
Ginepro, or perché hai tu fatto così grande
scandalo? Non senza cagione quel buon uomo si duole ed è
così turbato contro di noi; e forse egli è ora
per la città diffamandoci di grande difetto, e ha grande
cagione. Onde io ti comando per santa obbedienza che tu corra
dietro a lui, tanto che tu lo giunga, e gittati in terra steso
dinanzi a lui e digli tua colpa, promettendogli di fare soddisfazione
tale e sì fatta, ch'egli non abbia materia di rammaricarsi
di noi; che per certo questo è stato troppo grande
eccesso». Frate Ginepro delle sopraddette parole fu
molto ammirato, maravigliandosi che di tanto caritativo atto
alcuno si dovesse turbare; imperò che pareva a lui
queste cose temporali essere nulla, se non in quanto sono
caritativamente comunicate col prossimo. Rispose: «Non
dubitare, padre mio, che di subito io farollo contento. E
perché debbe essere così turbato, con ciò
sia cosa che questo porco, al quale io ho tagliato il piede,
era piuttosto di Dio che suo, ed èssene fatta così
grande carità?».
E così si muove a corsa, e giugne a questo uomo, il
quale era turbato senza nessuna misura, e in cui non era rimasto
punto di pazienza; e narra a costui come e per che cagione
al detto porco ha troncato il piede, con tanto fervore ed
esultazione e gaudio, quasi come persona che gli avesse fatto
uno grande servigio, per lo quale da lui dovesse essere molto
rimunerato. Costui, pieno d'iracondia e vinto dalla furia,
disse a frate Ginepro molta villania, chiamandolo fantastico
e stolto, ladroncello, pessimo malandrino. Frate Ginepro,
di queste parole così villane molto maravigliandosi,
avvegna Iddio che nelle ingiurie si dilettasse, e credendo
che egli non lo avesse bene inteso, però che gli parea
materia di gaudio e non di rancore; ripeté la detta
storia, e gittossi a costui al collo e abbracciollo e baciollo
e dice come questo fu fatto solo per carità, invitandolo
e pregandolo a simile dello avanzo, in tanta carità
e semplicità e umiltà, che questo uomo, tornato
in sé, non senza molte lagrime si gittò in terra,
e riconoscendosi della ingiuria fatta e detta a questi santi
frati, va e piglia questo porco e uccidelo, e cotto il porta
con molta divozione e con grande pianto a Santa Maria degli
Angeli, e diedelo a mangiare a quelli santi frati, per la
compensazione delle ingiurie dette e fatte loro.
Santo Francesco, considerando la semplicità e la pazienza
nelle avversità del detto santo frate Ginepro, a' compagni
e agli altri circostanti disse: «Fratelli miei, volesse
Iddio che di tali Ginepri io n'avessi una grande selva!».
A laude di Cristo. Amen.
Cap. II
COME FRATE GINEPRO AVEVA GRANDE POTESTÀ
CONTRO AL DEMONIO
Perché i superbi demoni non poteano sostenere
la purità della innocenza e profonda umiltà
di frate Ginepro, siccome appare manifesto, una volta uno
indemoniato, oltre a ogni sua consuetudine e con molta diversità
gittandosi fuori della via, con repente corso si fuggì
per diversi tragetti sette miglia. E addomandato da' parenti,
i quali lo seguitavano con grande amaritudine, perché
tanta diversità fuggendo avea fatta, rispose: «La
cagione è questa: imperò che quello stolto Ginepro
passava per quella via, non potendo sostenere la sua presenza
né aspettare, io son fuggito infra questi luoghi».
E certificandosi di questa verità, trovarono che frate
Ginepro in quella ora era venuto, sì come il demonio
avea detto.
Onde santo Francesco, quando erano menati a lui gl'indemoniati
acciò ch'eglino guarissono, se subito non si partivano
al suo comandamento, diceva: «Se tu non esci di subito
di questa creatura, io farò venire contro a te frate
Ginepro». E allora il demonio, temendo la presenza di
frate Ginepro, e la virtù e la umiltà di santo
Francesco non potendo sostenere, di subito si partiva.
A laude di Cristo. Amen.
Cap. III
COME A PROCURAZIONE DEL DEMONIO
FRATE GINEPRO FU GIUDICATO ALLE FORCHE
Una volta, volendo il demonio suscitare a frate
Ginepro scandalo e tribolazione, andossene a uno crudelissimo
tiranno, ch'avea nome Nicolao, il quale allora avea guerra
colla città di Viterbo, e dissegli: «Signore,
guardate bene questo vostro castello, però che incontanente
debbe venire qui un grande traditore mandato da' Viterbesi,
acciò che vi uccida e metta a fuoco il castello. E
che ciò sia vero, io vi do questi segnali. Egli va
al modo d'uno poverello co' vestimenti tutti rotti e ripezzati,
e col cappuccio rivolto alla spalla, lacerato, e porta con
seco una lesina colla quale egli vi debbe uccidere, e ha allato
un acciaiolo col quale esso debba mettere fuoco in questo
castello; e se questo voi non trovate vero, fate di me ogni
giustizia». A queste parole Nicolao tiranno tutto sbigottì
e rinvenne ed ebbe grande timore, però colui che gli
dicea queste parole parea una persona matura e degna di fede.
Comanda che la guardia si faccia con diligenza, e se questo
uomo così sparuto co' sopraddetti segnali viene, che
di subito sia rappresentato dinanzi a lui.
In questo mezzo viene frate Ginepro a questo castello solo,
ché per la sua perfezione si avea licenza d'andare
e stare solo, come a lui piacesse. E scontrossi frate Ginepro
con alquanti giovani dissoluti, i quali truffandosi lo tiravano
di qua e di là, stracciandogli il cappuccio, e dicendogli
molte parole villane. Di tutto questo, frate Ginepro non si
turbava, ma piuttosto inducea costoro a fare maggiori beffe
di sé. E giungendo alla porta del castello, le guardie
vedendo costui così difformato con l'abito stretto
e tutto lacerato (però che lo abito in parte per la
via per l'amore di Dio avea dato a' poveri e parte gli era
stato stracciato e non avea alcuna apparenza di frate Minore),
subito è preso, però che i segnali dati manifestamente
appareano, e con furore è menato dinanzi a questo tiranno
Nicolao. E cercato dalla famiglia s'egli avea arme da offendere,
trovarongli nella manica una lesina, colla quale si racconciava
le suola al bisogno; ancora gli trovarono uno focile, il quale
egli portava per fare fuoco; però ch'avea il capo debile
e spesse volte abitava per i boschi e diserti.
Veggendo Nicolao i segnali in costui, secondo la informazione
del demonio, comanda che gli sia arrandellata la testa, e
così fu fatto; e con tanta crudeltà, che tutta
la corda gli entrò nella carne. E poi gli pose il capestro
alla gola, e fecegli tirare e strappare le braccia e tutto
il corpo dissipare senza nessuna misericordia. E domandato
chi egli era, rispose : «Io sono grandissimo peccatore».
E domandato s'egli volea tradire il castello e darlo a' Viterbesi,
rispose: «Io sono massimo traditore e indegno d'ogni
bene». E domandato se egli volea con quella lesina uccidere
Nicolao tiranno e ardere il castello, rispose: «Troppo
maggiori cose e più grandi farei, se Iddio il permettesse».
E questo Nicolao, vinto dalla sua iracondia, non volle fare
altra esaminazione, ma senza alcuno tempo di termine, a furore
giudica frate Ginepro, come traditore e omicidiale, comanda
che sia legato alla coda d'un cavallo e strascinato per la
terra infino alle forche e sia di subito impiccato per la
gola. Frate Ginepro di tutto questo nulla escusazione ne fa
né tristizia ne prende, ma come persona che per l'amore
di Dio si dilettava nelle tribulazioni, stava tutto lieto
e allegro. E mandato ad esecuzione il comandamento del tiranno
e legato frate Ginepro per i piedi alla coda d'un cavallo
e strascinato per la terra, non si rammaricava né doleva;
ma come agnello mansueto menato al macello andava con ogni
umiltà.
A quello spettacolo e furiosa giustizia, corre quivi tutto
il popolo a vedere giustiziare costui con tanta fretta e crudeltà
; e non era conosciuto da persona. Nondimeno, come a Dio piacque,
un buono uomo ch'avea veduto pigliare frate Ginepro e di subito
il vedea giustiziare, mosso a compassione, corre al luogo
de' frati Minori e dice al guardiano: «Per Dio, vi priego
che vegniate tosto, imperò ch'egli è stato preso
un poverello e di subito è stata data la sentenza e
menato a morte; venite, che almeno ei possa rimettere l'anima
nelle vostre mani, ch'a me pare una buona persona, e non ha
avuto spazio di potersi confessare, ed è menato ad
impiccare, e non pare che di morte curi né salute della
sua anima: piacciavi di venire tosto».
Il guardiano, ch'era uomo pietoso e divoto, va di subito per
sovvenire a questo poverello, alla salute sua; e giugnendo,
era già tanto moltiplicata la gente a vedere quella
giustizia, che non poteva avere l'entrata. E costui stava
e aspettava il tempo; e così aspettando, udiva una
voce infra la gente che dice: « Non fate, non fate,
cattivelli, che voi mi fate male alle gambe». A questa
voce pigliò il guardiano il sospetto che non fosse
frate Ginepro; e in fervore di spirito si gitta tra costoro
e rimuove la fascia della faccia di costui, e allora conobbe
veramente ch'egli era frate Ginepro; però volle il
guardiano per compassione cavarsi l'abito e rivestire frate
Ginepro. Ed egli con lieta faccia, quasi ridendo, disse: «O
guardiano, tu se' grosso e parrebbe troppo male la tua ignudità;
io non voglio». Allora il guardiano con grande pianto
priega questi esattori e tutto il popolo che debbano per pietà
aspettare un poco, tanto ch'egli vada a pregare il tiranno
per frate Ginepro, se di lui gli volesse fare grazia.
Acconsentito gli esattori e i circostanti, credendo veramente
che ei fosse di suo parentado, va il divoto e pietoso guardiano
a Nicolao tiranno con amaro pianto e dice: «Signore,
io sono in tanta ammirazione e amaritudine, che con lingua
io non lo potrei contare, imperò che mi pare che in
questa terra si sia oggi commesso il maggiore peccato e il
maggiore male che mai fosse fatto a' dì de' nostri
antichi; e credo certamente sia stato fatto per ignoranza».
Nicolao ode il guardiano con pazienza e domanda: «Quale
è il grande difetto e male che è oggi commesso
in questa terra?».
Risponde il Guardiano: «Signor mio, che uno de' più
santi frati che sia oggi all'Ordine di santo Francesco, di
cui voi siete divoto singularmente, voi avete giudicato a
tanta crudele giustizia, e credo certamente senza alcuna ragione».
Dice Nicolao: «Or dimmi, guardiano: chi è costui?
ché forse, non conoscendo, io ho commesso grande difetto».
Dice il guardiano: «Costui che voi avete giudicato a
morte è frate Ginepro, compagno di santo Francesco».
Stupefatto Nicolao tiranno, però che avea udito la
fama sua, della santa vita di frate Ginepro, e quasi attonito
e tutto pallido, sì corse insieme col guardiano, e
giugne a frate Ginepro e scioglielo dalla coda del cavallo
e liberollo, e presente tutto il popolo si gittò tutto
steso in terra dinanzi a frate Ginepro, e con grande pianto
dice sua colpa dell'ingiuria e della villania ch'egli avea
fatto fare a questo santo frate; e aggiunse: «Io credo
veramente che i dì della vita mia s'approssimano. Da
poi ch'io ho questo tanto santo uomo straziato così
senza alcuna ragione, Iddio permetterà alla mia mala
vita ch'io morrò in brievi dì di mala sorte,
quantunque io l'abbia fatto ignorantemente».
Frate Ginepro perdonò a Nicolao tiranno liberamenteì;
ma Iddio permise, ivi a pochi dì, che Nicolao tiranno
finì la sua vita con molto crudele morte. E frate Ginepro
si partì, lasciando tutto il popolo bene edificato
e consolato.
A laude di Cristo. Amen.
Cap. IV
COME FRATE GINEPRO DAVA A’ POVERI
CIÒ CHE POTEVA AVERE, PER L’AMORE DI DIO
Tanta pietà avea a' poveri frate Ginepro
e compassione, che quando vedea alcuno che fosse mal vestito
o ignudo, di subito toglieva la sua tonica o lo cappuccio
del suo abito, e davaloa quel povero; e però il guardiano
gli comandò per obbedienza ch'egli non desse a veruno
povero tutta la sua tonica o parte del suo abito.
Avvenne caso che, a pochi dì passati, iscontrò
un povero quasi ignudo, domandando a frate Ginepro limosina
per lo amore di Dio; a cui con molta compassione frate Ginepro
disse: «Carissimo, io no ho ch'io ti possa dare se non
la tonica, e ho dal mio guardiano, per la obbedienza, ch'io
non la possa dare a persona, né parte dell'abito; ma
se tu me la cavi di dosso, io non ti contraddirò».
Non disse a sordo; ché di subito questo povero gli
cavò la tonica a rovescio, e vassene con essa, lasciando
frate Ginepro ignudo. E tornando al luogo, fu addomandato
dov'era la tonica. Risponde: «Una buona persona la mi
cavò di dosso e andossene con essa».
E crescendo in lui la virtù della pietà, non
era contento di dare tanto la sua tonica, ma dava libri, paramenti,
mantella, e ciò che gli veniva alle mani dei frati
dava ai poveri. E per questa cagione i frati non lasciavano
le cose in pubblico, però che frate Ginepro dava ogni
cosa per l'amore di Dio.
A laude di Cristo. Amen.
Cap. V
COME FRATE GINEPRO SPICCÒ CERTE CAMPANELLE
D’ARGENTO DALLO ALTARE, E SÌ LE DIÈ PER
LO
AMORE DI DIO AD UNA FEMMINA POVERETTA
Essendo una volta frate Ginepro ad Assisi per
la Natività del Signore all'altare del convento in
alte meditazioni, il quale altare era molto bene parato e
ornato; a' prieghi del sagretano, rimase a guardia del detto
frate Ginepro, infino che il sagrestano andasse un poco a
mangiare. E stando frate Ginepro in divota meditazione, viene
una poverella donna e gli chiese limosina per amore di Dio.
Dice frate Ginepro a quella donna: «Aspetta un poco,
e io vedrò se di questo altare così adornato
ti possa dare alcuna cosa». Era a questo altare uno
fregio molto singolare, ornato con campanelle d'argento di
grande valuta; e dice frate Ginepro fra se medesimo: «Queste
campanelle ci sono di soperchio». E piglia uno coltello
e tutte ne le spicca del fregio e dalle a questa poverella
per pietà.
Il sagrestano, mangiato che ebbe tre o quattro bocconi, si
ricordò de' modi di frate Ginepro, e cominciò
forte a dubitare che dello altare così ornato, il quale
gli avea lasciato in guardia, egli non gliene facesse scandalo
per zelo di carità. E di subito col sospetto si leva
di mensa e vanne in chiesa e guarda se dell'ornamento dello
altare è rimosso o levato nulla, e vede del fregio
tagliate e spiccate le campanelle; di che fu senza alcuna
misura turbato e scandalezzato. Frate Ginepro vede costui
così adirato e dice: «Non ti turbare, carissimo,
di quelle campanelle, però ch'io l'ho date a una povera
donna che n'avea grandissimo bisogno, e quivi non faceano
utilità veruna, se non ch'erano una cotale pomposità
mondana e vana».
Udito questo, il sagrestano di subito corse per la chiesa
e per tutta la città, afflitto, se per avventura potesse
ritrovare quella donna, ma non tanto non trovò lei,
ma non trovò persona che l'avesse veduta. Ritornò
al luogo e in furia levò il fregio e portollo al Generale,
che era ad Assisi, e dice: «Padre Generale, io v'addomando
giustizia di frate Ginepro, il quale m'ha guastato questo
fregio, il quale era il più orrevole che fosse in sagrestia;
ora vedete come l'ha concio e spiccatene tutte le campanelle
dello argento, e dice che l'ha date a una poverella donna».
Rispose il Generale: «Questo non ha fatto frate Ginepro,
anzi l'ha fatto la tua pazzia; però che tu debbi pure
oggimai conoscere le sue condizioni. E dicoti ch'io mi maraviglio
come non ha dato tutto l'avanzo. Ma nondimeno io sì
lo correggerò bene di questo fallo».
E convocati tutti i frati insieme in capitolo, fece chiamare
frate Ginepro; e, presente tutto il convento, lo riprese molto
aspramente delle sopraddette campanelle; e tanto crebbe in
furore, innalzando la voce, che diventò quasi fioco.
Frate Ginepro di quelle parole poco si curò e quasi
nulla, però che delle ingiurie si dilettava, quando
egli era bene avvilito; ma per compassione della fiocazione
del Generale, cominciò a pensare del rimedio. E ricevuta
la rincappellazione del Generale, va frate Ginepro alla città
e ordina e fa fare una buona scodella di farinata col butirro;
e passato un buon pezzo di notte, va e ritorna e accende una
candela e vassene con questa scodella di farinata alla cella
del Generale e tanto picchia, che gli fu aperto. Quando il
Generale vede costui colla candela accesa e colla scodella
piena in mano, piano domanda: «Che è questo?».
Rispose frate Ginepro: «Padre mio, oggi quando tu mi
riprendevi de' miei difetti, mi avvidi che la voce ti diventò
fioca, credo per troppa fatica; e però io cogitai il
rimedio e feci fare questa farinata per te; però ti
priego che tu la mangi, ch'io ti dico che ella ti allargherà
il petto e la gola». Dice il Generale: «Che ora
è questa che tu vai inquietando altrui?». Risponde
frate Ginepro: «Vedi, padre, per te è fatta;
io ti priego, rimossa ogni cagione, che tu la mangi, però
ch'ella ti farà molto bene». E il Generale, turbato
dell'ora tarda e della sua improntitudine, comandò
ch'egli andasse via, che a cotale ora ei non volea mangiare,
chiamandolo per nome vilissimo e cattivo. Vedendo frate Ginepro
che né prieghi né lusinghe non valsono, dice
così: «Padre mio, poi che tu non vuoi mangiare,
e per te s'era fatta questa farinata, fammi almeno questo
che tu mi tenga la candela, e mangerò io». E
il Generale, come pietosa e divota persona, attendendo alla
pietà e semplicità di frate Ginepro e tutto
questo esser fatto da lui per divozione, risponde: «Or
ecco, poi che tu vuoi, mangiamo tu e io insieme». Ed
amendue mangiarono questa scodella della farinata per una
importuna carità; e molto più furono recreati
di divozione che del cibo.
A laude di Cristo. Amen.
Cap. VI
COME FRATE GINEPRO TENNE SILENZIO
PER SPAZIO DI SEI MESI
Ordinò una volta frate Ginepro di osservare
silenzio sei mesi, e fu in questo modo. Il primo dì
lo osservava per amore del Padre celestiale; il secondo dì
per amore di Gesù Cristo suo figliuolo; il terzo dì
per amore dello Spirito Santo; il quarto dì per la
riverenza della Vergine Maria. E così per ordine, ogni
dì per amore di alcuno Santo, stette sei mesi senza
parlare.
A laude di Cristo. Amen.
Cap. VII
IN CHE MODO FRATE GINEPRO
CACCIAVA LE TENTAZIONI DELLA CARNE
Essendo una volta ragunati frate Egidio e frate
Simone d'Assisi e frate Rufino e frate Ginepro, a parlare
di Dio e della salute dell'anima, disse agli altri frate Egidio:
«Come fate voi colle tentazioni del peccato carnale?».
Disse frate Simone: «Io considero la viltà e
la turpitudine del peccato carnale, e di questo mi seguita
una abbominazione grande; e così scampo». Dice
frate Rufino: «Io mi gitto in terra steso e tanto sto
in orazione pregando la clemenza di Dio e della Madre di Gesù
Cristo, che mi sento al tutto liberato». Risponde frate
Ginepro: «Quando io sento lo strepito della diabolica
suggestione carnale, subito corro e serro l'uscio del mio
cuore, e per sicurtà della fortezza del cuore mi occupo
in sante meditazioni e santi desideri; sicché, quando
viene la suggestione carnale e picchia all'uscio del cuore,
io quasi dentro rispondo: - Di fuori! di fuori! però
che lo albergo è già preso, e qua entro non
può entrare più gente -; e così non permetto
mai entrare dentro dal mio cuore pensiero carnale; di che,
vedendosi vinto, come sconfitto si parte non tanto da me,
ma da tutta la contrada».
Risponde frate Egidio e dice: «Frate Ginepro, io mi
tengo teco, però che il nemico della carne non si può
combattere più sicuramente che fuggendo; però
che dentro sta il traditore appetito carnale; di fuori per
i sensi del corpo tanto e sì forte nemico si fa sentire,
e non si puote vincere che fuggendo. E però chi altrimenti
vuole combattere, ha la fatica della battaglia, e rade volte
ha la vittoria. Fuggi adunque il vizio e sarai vittorioso».
A laude di Cristo. Amen.
Cap. VIII
COME FRATE GINEPRO PER VILIFICARSI
ENTRÒ IN VITERBO NUDO
Una volta frate Ginepro, volendosi bene vilificare,
si spogliò tutto ignudo e posesi i panni in capo, fatto
quasi un fardello dello abito suo, e entrò così
ignudo in Viterbo; e vassene in sulla piazza pubblica per
più sua derisione. E sedendo costui quivi così
ignudo, i fanciulli e i giovani, riputandolo fuori del senno,
gli feciono molta villania, gittandogli molto fango addosso
e percotendolo colle pietre e sospingendolo di qua e di là,
con parole di derisione molto; e così afflitto e schernito
stette per grande spazio del dì: poi così ignudato
se ne andò al convento.
E vedendolo i frati così dinudato, ne ebbono grande
turbazione; e massimamente perché per tutta la città
era venuto così ignudo col fardello in capo, ripresonlo
molto duramente, facendogli grandi minacce. E l'uno dicea:
«Mettiamolo in carcere»; e l'altro dicea: «Sia
impiccato»; e gli altri diceano: «Non se ne potrebbe
fare giustizia di tanto malo esempio, quanto costui ha dato
oggi di sé e di tutto l'Ordine». E frate Ginepro
tutto lieto con ogni umiltà rispondeva: «Bene
dite vero, perché di tutte queste pene sono degno e
di molte di più».
A laude di Cristo. Amen.
Cap. IX
COME FRATE GINEPRO PER VILIFICARSI
FECE AL GIOCO DELL’ALTALENA
Andando una volta frate Ginepro a Roma, dove
la fama della sua santità era già divulgata,
molti romani per grande divozione gli andarono incontro; e
frate Ginepro, vedendo tanta gente venire, immaginossi di
far la loro divozione venire in favola e in truffa.
Erano ivi due fanciulli che facevano all'altalena, cioè
ch'aveano attraversato un legno in su un altro legno, e ciascuno
stava dal suo capo, e andavano in su e in giù. Va frate
Ginepro e rimuove uno di questi fanciulli dal legno e montavi
su egli e comincia ad altalenare. Intanto giugne la gente,
e maravigliavansi dell'altalenare di frate Ginepro; nondimeno
con grande divozione lo salutarono e aspettavano che compiesse
il giuoco per accompagnarlo onorevolmente insino al convento.
E frate Ginepro di loro salutazione e riverenza o aspettare
poco si curava, ma molto sollecitava l'altalenare. E così
aspettando per grande spazio, alquanti incominciarono a tediarsi
e a dire: «Che pecorone è costui?». Alquanti
conoscendo le sue condizioni, si crebbono in maggiore divozione:
nondimeno tutti si partirono e lasciarono frate Ginepro in
sull'altalena.
Ed essendo tutti partiti, frate Ginepro rimase tutto consolato,
però che vide alquanti che aveano fatto beffe di lui.
Muovesi ed entra in Roma con ogni mansuetudine e umiltà,
e pervenne al convento de' frati Minori.
A laude di Cristo. Amen.
Cap. X
COME FRATE GINEPRO FECE UNA VOLTA CUCINA AI FRATI PER QUINDICI
DÌ
Essendo una volta frate Ginepro in uno loghicciuolo
di frati, per certa ragionevole cagione tutti i frati ebbono
ad andare di fuori, e solo frate Ginepro rimase in casa. Dice
il guardiano: «Frate Ginepro, tutti noi andiamo fuori,
tu solo rimarrai ; e però fa' che quando noi torniamo
tu abbi fatto un poco di cucina a ricreazione de' frati».
Rispose frate Ginepro: « Molto volentieri; lasciate
fare a me».
Essendo tutti i frati andati fuori, come detto è, dice
frate Ginepro: «Che sollecitudine superflua è
questa, che ogni dì di continuo uno frate stia perduto
in cucina, che tutto quel tempo potrebbe spendere in orazione?
Per certo, poiché questa volta io sono rimasto a cucinare,
ne farò tanta che tutti i frati, e se fossero ancora
più, n'avranno assai quindici dì». E così
tutto sollecito va alla terra, e accatta parecchie pentole
grandi per cuocere, e procaccia carne fresca e secca e polli
e uova ed erbe in copia, e ricoglie legne assai, e mette a
fuoco ogni cosa insieme, cioè polli colle penne e uova
col guscio e conseguentemente tutte l'altre cose.
Ritornando i frati al luogo, uno ch'era assai noto della semplicità
di frate Ginepro entrò in cucina, e vede tante e così
grande pentole collo isterminato fuoco, e ponsi a sedere e
con ammirazione considera e non dice nulla; ragguarda con
quanta sollecitudine frate Ginepro fa questa cucina. Però
che il fuoco era molto grande e non potea molto bene appressarsi
a mestare le pentole, piglia un'asse e colla corda la si legò
al corpo molto bene stretta; e poi saltava dall'una pentola
all'altra, ch'era un diletto a vederlo.
Considerando ogni cosa con sua grande recreazione, questo
frate esce fuori di cucina e trova gli altri frati e dice:
«Io vi so dire che frate Ginepro fa nozze». I
frati ricevettono quel dire per beffe.
E frate Ginepro lieva quelle sue pentole da fuoco e fa sonare
a mangiare; ed entrano i frati a mensa e viensene in refettorio
con questa sua cucina, tutto rubicondo per la fatica e per
lo calore del fuoco, e dice a' fratelli: «Mangiate bene,
e poi andiamo tutti a orazione, e non sia nessuno che cogiti
più a questi tempi di cuocere; però ch'io n'ho
fatta tanta oggi, che io n'arò assai più di
quindici dì». E pose questa sua pultiglia alla
mensa dinanzi a' frati, che non è porco in terra di
Roma sì affamato che n'avesse mangiata. Loda frate
Ginepro questa sua cucina, per darle lo spaccio, e già
egli vede che gli altri frati non ne mangiano, e dice: «Queste
cotali galline hanno a confortare il celabro (cervello); e
questa cucina vi terrà umido il corpo, ch'ell'è
sì buona».
E stando i frati in tanta ammirazione e devozione a considerare
la devozione e semplicità di frate Ginepro, il guardiano
turbato di tanta fatuità e di tanto bene perduto, riprende
molto aspramente frate Ginepro. Allora frate Ginepro si getta
subitamente in terra ginocchione dinanzi al guardiano, e disse
umilmente sua colpa a lui e a tutti i frati dicendo: «Io
sono un pessimo uomo. Il tale commise il tale peccato, per
che gli furono cavati gli occhi; ma io n'era molto più
degno di lui. Il tale fu per i suoi difetti impiccato; ma
io molto più lo merito per le prave operazioni, e ora
sono stato guastatore di tanto beneficio di Dio e dell'Ordine».
E tutto così amaricato si partì; e tutto quel
dì non apparve, dove frate veruno fosse.
E allora il guardiano disse: «Frati miei carissimi,
io vorrei che ogni dì questo frate, come ora, sprecasse
altrettanto bene, se noi l'avessimo, e solo ce ne rimanesse
la sua edificazione; però che grande semplicità
e carità gli ha fatto fare questo».
A laude di Cristo. Amen.
Cap. XI
COME FRATE GINEPRO ANDÒ UNA VOLTA AD ASSISI NUDO, PER
SUA CONFUSIONE
Una volta dimorava frate Ginepro nella Valle
di Spoleto, e vedendo che ad Assisi era una grande solennità
e che molta gente v'andava con grande divozione, vennegli
voglia d'andare a quella solennità. E odi come.
Spogliossi frate Ginepro tutto ignudo come la madre lo fece
e così se ne venne passando
per Spello e due altri castelli e per lo mezzo della città,
e giugno al convento così ignudo. I frati vedendolo,
molto turbati e scandalezzati, lo ripresono molto duramente
chiamandolo pazzo e stolto e confonditore dell'Ordine di santo
Francesco e che come pazzo si vorrebbe incatenare.
E il Generale, ch'era allora nel luogo, fa chiamare tutti
i frati e frate Ginepro e, presente tutto il convento, gli
fa una dura e aspra riprensione. E dopo molte parole, per
vigore di giustizia dice a frate Ginepro: «II tuo difetto
è tale e tanto, ch'io non so che penitenza degna ti
dare». Risponde frate Ginepro, come persona che si dilettava
della propria confusione: «Padre mio, io te la voglio
insegnare; che sì come io sono venuto insino a qui
ignudo, per penitenza io ritorni insino a là, donde
io sono venuto a questa cotale festa».
A laude di Cristo. Amen.
Cap. XII
COME FRATE GINEPRO FU RATTO,
CELEBRANDOSI LA MESSA
Stando una volta frate Ginepro a udire la Messa
con molta divozione, fu ratto per elevazione di mente per
grande spazio. E lasciato solo per lunga stanza dagli altri
frati, ritornando in sé cominciò con grande
fervore a dire: «O frati miei, chi è in questa
vita tanto nobile, che non portasse volentieri la cesta del
letame per tutta la terra, se gli fosse data una casa piena
d'oro?». E dicea: «Oimè! perché
non vogliamo noi sostenere volentieri un poco di vergogna,
acciò che noi possiamo guadagnare vita beata?».
A laude di Cristo. Amen.
Cap. XIII
DELLA TRISTIZIA CH’EBBE FRATE GINEPRO
DELLA MORTE DEL SUO COMPAGNO FRATE ATTIENTALBENE
Avea frate Ginepro uno compagno frate, il quale
intimamente amava, ed avea nome Attientalbene. Bene avea costui
in sé virtù di somma pazienza e obbedienza;
però che, se per tutto il dì fosse stato battuto,
mai non si rammaricava né si richiamava solo d'una
parola; era spesso mandato a' luoghi dov'era malagevole famiglia
in conversazione, da cui riceveva molte persecuzioni, le quali
sostenea molto pazientemente, senza alcuna rammaricazione.
Costui, al comandamento di frate Ginepro, piagnea e ridea.
Or morì questo frate Attientalbene, come piacque a
Dio, con ottima fama; e udendo frate Ginepro della sua morte,
ricevettene tanta tristizia nella mente sua, quanto mai in
sua vita avesse ricevuta da niuna cosa sensuale; e così
dalla parte di fuori dimostrava la grande amaritudine ch'era
dentro, e dicea: «Oimè tapino, che ora non m'è
rimasto alcuno bene, e tutto il mondo è disfatto nella
morte del mio dolce e amatissimo frate Attientalbene!».
E diceva : «Se non ch'io non potrei aver pace co' frati,
io andrei al sepolcro suo e piglierei il capo suo e del teschio
farei due scodelle; l'una, nella quale per sua memoria a mia
divozione per continuo mangerei; e l'altra, colla quale io
berrei quando io avessi sete o volontà di bere».
A laude di Cristo. Amen.
Cap. XIV
DELLA MANO CHE VIDE FRATE GINEPRO IN ARIA
Stando una volta frate Ginepro in orazione,
e di sé gran fatti forse cogitava, parvegli vedere
una mano per l'aria e udì cogli orecchi corporali una
voce che disse a lui così: «O frate Ginepro,
senza questa mano tu non puoi fare niente». Di che subito
e levato e drizzati gli occhi in cielo, disse ad alta voce,
discorrendo per lo convento: «Bene è vero! bene
è vero!». E questo per buono spazio gridando
replicava.
A Laude di Cristo. Amen.